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Ott

Appunti di viaggio

   Scritto da: Lucia

img_0086Visita al museo etnografico al-Adgrize, primavera 2009

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…spazio curato da Marina

Dopo alcuni giorni di marcia fra le dune, camminare sulla terra battuta della via che collega il villaggio di Tagounite a M’hamid el Ghizlane offre una gradevole sensazione: il terreno compatto e regolare è un balsamo per le piante dei nostri piedi, provate sia dal deserto di sabbia che da quello di sassi.

img_0107Anche gli occhi godono dei nuovi contrasti cromatici dati dal verde cupo dei palmeti, da quello smagliante delle coltivazioni di orzo e di frumento e dal bruno limaccioso dell’acqua dei canali che costeggiano la carreggiata e intersecano i campi, irrigati attraverso un sapiente gioco di chiuse.

E finalmente vediamo un quadrupede diverso dal dromedario! E’ un ciuco , annoiato, sotto la debole ombra di una palma.

Ci si distende e ci si rilassa, pur camminando ancora, perché le tappe impegnative sono ormai alle spalle.

Ma le sorprese e le scoperte del viaggio non sono ancora finite. Così, a un certo punto, deviamo dalla strada principale per introdurci in un dedalo di viuzze che ci offrono la gradevole sensazione di refrigerio prodotta dall’ombra e dall’aria che qui circola e ci accarezza piacevolmente la pelle.

Siamo arrivati alla Kasbah “al-Adgrize” - punto di ristoro e museo etnografico insieme - che ci offrirà una straordinaria occasione di incontro con la vita e le tradizioni della popolazione locale.

img_0125Said mi spiega la differenza fra una kasbah ed un al-qasr: la kasbah è una struttura destinata ad ospitare un paio di nuclei familiari ed un massimo di 40 persone, mentre un al-qasr è una costruzione più grande, dove vive un’intera tribù.

L’aria, adesso, si sta saturando dell’odore acre del fuoco di legna e del profumo invitante del pane: i forni sono in piena attività!

Entriamo, togliendo i sandali…ed eccoci calati nell’atmosfera di questa storica abitazione e nel gioco affascinante dei raggi di luce che penetrano dall’alto, avvolgono le travi ed i graticci dei solai e illuminano con discrezione l’ampio locale centrale dove potremo riposare e ristorarci.img_0111

Ci viene offerta una grande forma di pane appena sfornato che Abdou spezza e distribuisce, con la sacralità e il rispetto dovuti a questo cibo prezioso, formulando a bassa voce il ringraziamento rituale: “bismillah”. Lo intingiamo in un piatto d’olio d’oliva molto amaro e pungente che, al contatto col suo calore rilascia una particolarissima e complessa gamma di aromi.

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A questi si unisce il profumo del tè che Hussin travasa, con gesti eleganti e misurati, dalla teiera ai bicchieri e viceversa, dopo averlo addolcito con grandi pezzi di pan di zucchero, fino ad ottenere il bouquet ideale.

Sorseggiando con piacere la corroborante bevanda, chiedo il permesso di scattare alcune fotografie.

I soggetti non mancano: suppellettili domestiche, attrezzi agricoli, monili, tessuti ed abiti tradizionali berberi…anche se questa definizione è troppo vaga perché, in realtà, ogni tribù ha i suoi specifici costumi, con colori e decorazioni particolari che contraddistinguono la singola comunità.img_0089

Alcuni manufatti non sono così dissimili da quelli della nostra tradizione contadina: aratri in legno con piccoli vomeri rudimentali, terraglie per i più diversi utilizzi casalinghi, raccolte di lampade, chiavistelli ed utensili vari.

Ma vi sono anche oggetti davvero caratteristici, come il coloratissimo abito da sposa, il telaio col tappeto in lavorazione, la sella da battaglia, gioielli, iscrizioni su lastre di pietra, piccole molitrici e mortai davvero arcaici.

Con rammarico dobbiamo limitarci ad ammirare dal basso il secondo piano della costruzione, quello che un tempo ospitava il gineceo, le stanze delle donne, perché le attuali condizioni statiche non ne consentono la visita in sicurezza. Ma possiamo immaginare gli occhi curiosi che da lassù scrutavano , un tempo, ogni forestiero, ogni nuovo arrivato…

Una bella esperienza ed una nuova opportunità offerta dal Cammello Blu per conoscere meglio questo Paese bello e accogliente…”Grazie, sciukran…ma adesso yalla ragazzi, si riprende il cammino!”.

Tour del Toubkal, Alto Atlante marocchino, estate 2008

3.Amsouzart:

(Amsouzart - 1.740 mt slm - è il villaggio più popoloso fra quelli incontrati durante il trekking, l’ultimo centro abitato prima del Lago Ifni e dell’accesso al vero e proprio massiccio montuoso del Toubkal)

Il ricordo di un viaggiosignificativo si ricompone nella mente, a distanza di tempo, attraverso innumerevoli variabili di immagini: talune sontuose ed altre, per contrasto, sorprendentemente minute.

Appartengono alle prime i grandi spettacoli della natura, quando cieli, colori ed orizzonti superano l’umano limite  di ciò che si può ricondurre a categorie del pensiero e le grandi città, se trasudano storia, cultura e verità altre da quelle a noi consuete.

Poi ci sono le minuzie - i frammenti colti proprio in quell’attimo speciale e solo tuo - che partecipano alla ricostruzione legando, rendendo irripetibile, unico e personalissimo il senso del viaggiare.

In Marocco anche il visitatore più distratto non può fare a meno di cogliere a piene mani le une e le altre impressioni perché in questa terra tutto è unico e speciale e ti colpiscono al cuore, con la stessa intensità, il sole che galleggia per un lungo istante nel suo sfondo di cobalto prima di affondare veloce fra le rocce, il fascino insondabile e misterioso della Medina ed il carretto vacillante del vecchio venditore di menta e di meloni.

Così, il mio ricordo di una tappa da annoverare fra le più lunghe e faticose: dal campo 6 alla confluenza dell’Asif Iferouane con l’Asif Tinzer fino al villaggio Amsouzart, valicando il Tizi N’Ourai, rimarrà indissolubilmente legato alle mille sensazioni di un paesaggio desertico di sconvolgente bellezza, ma non solo…

La giornata è impegnativa soprattutto a causa del caldo che per la prima volta dalla partenza si fa sentire in tutta la sua intensità. D’altra parte è il 2 agosto, nel primo pomeriggio siamo passati dai 3.110 metri di altitudine del valico ai circa 1.700 di questo scorcio di Medio Atlante, il cielo è terso come non l’avevamo ancora visto e il cammino più lungo di quanto avessimo preventivato, anche se molto bello…a mio giudizio uno dei tratti migliori.

Per tutto l’assolato pomeriggio percorriamo un deserto di sabbia rossa di una consistenza soffice, quasi pastosa, sulla quale è finalmente confortevole posare le piante dei piedi: dopo tante giornate di marcia su rocce e sassi camminare qui assomiglia ad un gradevole massaggio. La vista è un incanto, la natura è viva malgrado l’aridità del terreno e la linea dell’orizzonte segna una separazione netta fra il blu terso del cielo e la gamma di rosso-arancio-giallo che dall’amaranto sfumano fino al”ocra intenso. Ciuffi e cespugli di erbe, spesso fiorite, spuntano isolati e apparentemente nutriti dal nulla, mentre aggiriamo collinette e semplici dossi sabbiosi sui quali una mano ignota ha sparso con artistica casualità una miriade di grandi sassi squadrati.

Così, rapita da tanta bellezza, pago il mio scotto alla forza del sole africano: con poco buon senso ho indossato una maglietta a maniche corte e le mie braccia si sono ben presto popolate di puntini bianchi che adesso crescono, trasformandosi progressivamente in vesciche acquose. Ma cosa sarà mai un banalissimo eritema solare, quando intorno a me una magica distesa di sabbia, rocce e piante tenacissime nella loro apparente fragilità, ha occupato totalmente la mia attenzione lasciandomi senza fiato? Varrà senz’altro la pena portarne i segni per qualche tempo!

Il villaggio Amsouzart fa una grande impressione perché dopo ore di paesaggio desertico lo vedi materializzarsi all’improvviso, in una vallata ampia e rigogliosa di noceti, campi di mais ed orti; ma ci sono anche mandorli, peschi e fichi. La strada ampia, percorsa da diverse automobili e da trattori, la presenza di costruzioni in cemento armato, ma soprattutto la moschea, col minareto più imponente di quelli già visti, indicano con chiarezza che questo centro è più importante e ricco di quelli che abbiamo attraversato finora.

Infatti ci sono vari negozietti dove riesco a comprare una deliziosa Coca-Cola calda e pile per la foto-camera.

Ma il mio più genuino ricordo di Amsouzart è unito per sempre allo spontaneo, fragoroso scoppio di risa  che scioglie d’incanto la mia fatica e la trasforma in un istante di pura, infantile gioia quando mi trovo davanti un oggetto che da solo vale il viaggio: uno straordinario marchingegno composto di mensole, espositori e manichette con piccoli pertugi che, sfruttando la pressione e la relativa freschezza dell’acqua del fiume, irrora con molti piccoli zampilli bibite e cesti di frutta. Questa invenzione precaria e improvvisata, non propriamente igienica, appare ai miei occhi, dopo una bella sfacchinata, come un lusso da sultani che riproduce per me soltanto i fasti, fino a ieri non pienamente compresi, di un giardino nell’Alhambra.

Glossario: - Asif: fiume   - Tizi: valico o passo montano

1.Imlil:
(Imlil – 1.700 mt slm - è il villaggio carovaniero, a circa due ore da Marrakech, dal quale iniziano quasi tutte le escursioni: sia quelle brevi di uno o due giorni, sia – come nel nostro caso - i tour completi del massiccio montuoso)
Dopo una breve corsa in auto da Marrakech, finalmente, il 27 luglio siamo a Imlil…ed è così difficile da raccontare!

Perché qui tutto è fatto di sensazioni che coinvolgono ogni capacità percettiva e devi attivare con forza i tuoi cinque sensi per non perderti nulla.

Solo così puoi farti travolgere dal calembour di colori in cui si confondono le botteghe, la gente, i muli, le case, gli alberi, il cielo terso e limpidissimo, le stuoie, i tappeti, i banchi di minerali e fossili frutto dell’orogenesi recente di questi rilievi montuosi, le tajines, le sciarpe, i caffetani, i gialaba e, ancora … i quarti di pecora e di montone appesi e l’ingorgo dei veicoli nelle strade strette e senza segnaletica. “…e vai avanti…e vai indietro… e qui non si passa!”, con quanta fatica il nostro jeeppone riesce a farsi largo attraverso le vie del villaggio e viene infine posteggiato!

Qui riesci ad assaporare un’altra polvere africana che sa di terra…e di pietra -tanto simile e al tempo stesso tanto diversa da quella respirata a Marrakech - puoi annusare lo sterco dei muli che è ovunque, l’acredine intensa delle carni arrostite sulle griglie, i rivoli che attraversano le vie sterrate, il tè, la menta…un odore d’Africa depurato dalle scorie europee di cui era intrisa la città.

Malgrado il caos ti è possibile prestare orecchio ai suoni, alle voci, ai mille richiami di chi ti chiede qualche diram, si offre come guida o come mulattiere, ti propone una stanza per la notte, oppure un pasto caldo o qualunque altra cosa tu possa volere, fra quelle desiderabili dagli strani tipi che arrivano fin qui perché si sentono liberi e felici scarpinando e sudando, vivendo fino in fondo la dimensione corporea, intellettuale, spirituale e – perché no? – allegramente ludica e un po’ avventurosa del viaggio.

Uomini e muli
Ci incamminiamo verso Tachdirt, dove pianteremo il primo accampamento, mentre il nostro materiale viene trasferito dal cassone dell’auto alle groppe dei muli.

Conservo con chiarezza il ricordo della civiltà contadina delle Alpi Marittime e di quanto importante fosse, fino agli anni ’50, la forza animale (particolarmente di quello straordinario e pacato lavoratore che è il mulo) per l’economia di sussistenza dei nostri montanari. Sono dunque estremamente curiosa di vedere come sono fatti i basti e come vengono caricate le some: niente a che vedere con le bardature che conoscevo, qui sulle groppe mettono una sella molto leggera e, sopra, una semplice coperta a righe colorate che viene fermata da passanti sotto la gola e la coda dell’animale; poi si aggiunge un telo di plastica e, sopra questo, una coppia di ceste intrecciate all’interno delle quali vengono introdotti gli oggetti che costituiscono la soma; tutto qui.

Questi muli sono belle bestie, molto più curate di quelle viste in città. Mulo e mulattiere qui formano un binomio inseparabile. Sarà facile comprendere l’importanza di questo animale per le popolazioni berbere che abitano queste montagne, dove muli ed asini rappresentano quasi sempre l’unico mezzo di trasporto disponibile quando ci accorgeremo che … voilà mes amis! … qui molto spesso non ci sono strade e talvolta nemmeno semplici sentieri: alcuni villaggi sono collegati al fondo valle solo attraverso il greto di un fiume e questi robusti e pazienti animali (anche piuttosto intelligenti!) diventano il principale aiuto, fanno compagnia, sono un mezzo di trasporto e di locomozione ed uno strumento di lavoro prezioso e insostituibile…

2.Sotto un cielo di stelle

Il villaggio Tachdirt è raggiungibile con facilità, c’è perfino un servizio di corriere… di quelle che portano le persone anche sulla capote e - visto così - sembra più divertente che pericoloso: i passeggeri sono allegri, salutano i passanti appiedati, accennano qualche parola in francese, a volte ci tendono la mano.

Nonostante la marcia sia breve e poco impegnativa, raggiungere l’abitato è comunque un’emozione perché si tratta del nostro primo incontro con un’architettura che solo nei prossimi giorni ci diventerà completamente familiare: qui le case sono di terra, di quella stessa terra rossa, ferrosa che trovi ovunque.

Anzi, a prima vista non ti accorgi nemmeno che quello è un villaggio, tanto le costruzioni sono integrate nel panorama! Ti occorre qualche istante per notare i contorni bianchi, a calce, delle finestre e i margini dei tetti da cui sporge a ciuffi una particolare erba, utilizzata per creare un’intercapedine che arieggia i soffitti e che, sporgendo all’infuori, svolge anche una blanda azione di pluviale. Sopra, terra battuta. I tetti, o lastrici solari che dir si voglia, sono importanti e tenuti con molta cura; servono da terrazzo, da cortile e, nelle notti più calde, le famiglie vi si radunano a dormire su stuoie e cuscini.

Sono le prime ore del pomeriggio, fa caldo, il sole regna incontrastato e incomincio ad apprezzare il più straordinario fra gli indumenti utilizzati dalle popolazioni nomadi nel deserto di sabbia, utilissimo anche qui in montagna, la shèch.

Non sono abile (non ancora) nell’avvolgermi il capo e il collo in quest’ampia fusciacca di cotone blu, ma imparerò molto presto e sarà lei – preziosissima – a difendermi dal sole, dal vento e dalla polvere, rivelandosi ancora utilissima nelle occasioni più impensate.

Alla buonora … eccoci finalmente al nostro primo campo! E’ un gran bel posto, da cui si gode un’ampia vista sulla valle appena risalita e una gradevole prospettiva dei pendii sui quali dovremo inerpicarci domani.

Un ampio muro di pietre protegge il nostro accampamento e ci sono i ruderi abbandonati di un insediamento di pastori. Ma l’emozione più grande è vedere lei… la grande tenda berbera che troneggia nell’accampamento e che sarà la nostra chioccia per i prossimi dieci giorni.

Intorno, gli uomini sono indaffarati ad accudire i muli e a preparare la cena.

Questa sera ci verrà servita l’harira, un delizioso passato di legumi e verdure che mangeremo insieme a qualche dattero e al delizioso hobs, il delicatissimo pane di farina, semola e germe di grano.

Il momento conviviale è molto atteso, propiziato dal rituale del tè verde alla menta che centelliniamo con piacere, sgranocchiando mandorle salate, noci, datteri e fichi secchi.

E’ bello trovarsi tutti insieme, seduti in cerchio ai bordi del grande tappeto rosso. E stando così, in maniera non ancora troppo disinvolta, commentare la giornata, chiederci quanta strada dovremo percorrere domani e guardare di sottecchi, curiosi, i visi dei compagni di viaggio che cominciano a mostrare i primi segni della vita all’aria aperta: visi arrossati, segnati dalle prime screpolature, ma tanto più sereni e distesi di quanto apparissero al primo incontro a Milano, aeroporto Malpensa, due giorni? Ma che dico, una vita fa!

Così, presi dal buon cibo e dall’ottima conversazione, tiriamo tardi e poi ci affrettiamo a prepararci per la notte, saggiamente intenzionati a concederci molte ore di sonno per affrontare riposati le prossime fatiche.

Lo volesse il cielo! Ma non vuole … e non appena tutte le luci del campo sono spente i nostri occhi vanno incontro allo spettacolo di questa volta celeste immacolata e senza nubi, né smog o inquinamento luminoso. E le stelle cominciano a piovere su di noi, sdraiati a terra ad attenderle … cento desideri o forse uno soltanto, non è questo che conta, ma essere lì in questo preciso istante.

Risponde Buddha interrogato sulla sua natura: “Io sono sveglio!”.

segue…